Attraversando Gibilterra Crossing Gibraltar
Mi trovo sul Costa Nord, una barca a vela di 70 piedi. Due giorni fa abbiamo attraversato lo stretto di Gibilterra e ora navighiamo in pieno Atlantico, a più di cento miglia dalla costa del Marocco. Rotta: Lanzarote, Isole Canarie.
È buio e sto aspettando la mezzanotte per iniziare il mio turno di guardia. Ma l’attesa non mi snerva. Anzi, vorrei che questo momento durasse per sempre. Sfiderei chiunque a non sentirsi così.
Intorno a noi solo il mare, nero.

Ma le onde lasciate dallo scafo attivano il plancton bioluminescente, che illumina l’acqua di un brillante azzurro-verde fluo.
Disteso sul ponte, coricato di lato, mi godo lo spettacolo delle onde luminose. Stiamo attraversando delle acque ricche di plancton e ogni minuto il colore si fa più vivido. Come navigare su un mare di stelle. Sembra finto.
Ogni tanto tutto questo mi sembra troppo e alzo lo sguardo, cercando un momento di pausa. Ma anche il cielo gioca pesante: niente nuvole, e la Via Lattea riempie la volta celeste, un oceano di infinite stelle. Solo la luce in cima all’albero maestro - che oscilla pigramente con il rollio - mi riporta per un attimo alla realtà.
Il Costa Nord procede spinto solo dal vento, senza fare rumore.
Il mare di stelle-plancton sotto e l’oceano di galassie sopra.
In mezzo, io.
Non riesco a elaborare questo momento, mi sento saturo, non ho ancora processato tutto ciò che è successo negli ultimi giorni.

Mi sono tuffato in oceano aperto, con la barca in movimento, tenendo una cima con una mano e la gopro dall’altra, solo per vedere un pod di cinquanta delfini nuotare sotto di me nel blu assoluto. Ho sfilettato il mio primo tonno appena pescato. Ho parlato in spagnolo, sempre. Ho cucinato mentre la barca oscilla di qua e di là. Ho sentito per la prima volta le gambe molli per il ‘mal di terra’ sbarcando a Valencia dopo una notte intera navigando controvento. Ho tenuto il timone facendo zigzag tra le navi cargo entrando all’alba nello stretto di Gibilterra, uno delle zone marittime più trafficate del mondo. A decine di miglia dalla costa, ho visto i delfini arrivare al tramonto per giocare con le onde create dalla prua della barca mentre minuscoli passeri si riposano sul sartiame. Ho dormito nella mia cuccetta di prua mentre lo scafo sbatte sulle onde e mi fa sentire come dentro una lavatrice. Ho visto per la prima volta il vento gonfiare la randa e spingere il Costa Nord tra le onde in silenzio, senza bisogno di un motore. Sono in un continuo processo di apprendimento: impara a fare i nodi, impara lo spagnolo, le procedure di sbarco, di navigazione, come fare la guardia, impara a gestire il mareo, impara la terminologia della barca in spagnolo-inglese-italiano, impara a farti coraggio e parlare con i capitani in marina per trovare un passaggio transatlantico, impara a chiedere, a fidarti, a essere utile. Impara da chi hai accanto. Siamo in cinque su questa barca. Diversissimi tra noi. Ma ogni giorno imparo qualcosa da loro, sul mondo e su me stesso.


Ma tutte queste sensazioni - meraviglia, stanchezza, adrenalina - iniziano già a mescolarsi con la tristezza.
L’arrivo alle Canarie è previsto tra due giorni. E so già che sarà come far scoppiare una bolla. L’incantesimo si spezzerà nel momento in cui toccheremo terra.
I quasi dieci giorni di navigazione da Barcellona a qui si fanno sentire, specialmente da quando siamo in oceano aperto. I continui turni di guardia non mi permettono di riposare bene. Eppure anche se sono stanchissimo non riesco a dormire più di mezz’ora di fila, perché vorrei approfittare di ogni minuto prezioso. Mi sento come un bambino che gioca a casa di un amico ma sa che la madre sta per venire a prenderlo.
Ogni momento può essere quello giusto per vedere dei delfini o una balena in lontananza, leggere con Iñigo il manuale per identificare le creature marine, ascoltare la musica caboverdiana con Anna, vedere una puntata di Next durante la guardia notturna con Juliette, o sentire il rumore del mulinello e correre con Jose a poppa dalle canna da pesca per vedere cosa ha abboccato.

Eppure fino a dieci giorni fa non avevo mai messo piede su una barca a vela e non sapevo neanche la differenza tra babordo e tribordo. Come ci sono finito qui?
—
Da quando ho iniziato a sognare il mio lungo viaggio in Latinoamérica, l’ho sempre immaginato in Sudamerica. Iniziare a Montevideo tomando mate, per poi scendere in Argentina fino alla Tierra del Fuego, risalire in Chile seguendo le Ande e poi chissà…
Ma circa un anno prima di partire lessi per caso un articolo su una ragazza che aveva attraversato l’Oceano Atlantico in barca a vela, senza alcuna esperienza. Come era possibile fare una cosa del genere? Mi sembrava come scalare il K2 senza essere mai andati in montagna. Questa idea continuò a frullarmi nella testa silenziosamente per mesi. Arrivare in Sudamérica in barca a vela sarebbe assurdo. Inizio a cercare, leggere, chiedere. E scopro che sì, ci sono equipaggi disposti a prendere a bordo anche chi è alle prime armi. Serve motivazione, pazienza, e una buona dose di fortuna.
Ma si presenta subito un problema: quasi tutte le barche che attraversano l’Atlantico puntano ai Caraibi, non al Sudamerica. Certo, un bel volo Santo Domingo - Buenos Aires risolverebbe tutti i problemi. Ma io voglio viaggiare più lentamente, gustandomi i gradienti delle diverse culture americane senza strappi lunghi. Trasformai quindi questo problema in opportunità: da tempo la mia affinità con il mare andava crescendo, tra scuba diving e apnea. I Caraibi e il Centro America sembravano un’ottima meta per stare più vicino all’oceano e vedere se includerlo nei progetti della mia vita futura. Era quindi deciso: la Patagonia doveva aspettare, perché l’Oceano aveva chiamato.
Per attraversare l’Atlantico da Est a Ovest (Europa-Caraibi), le Canarie sono il primo step obbligatorio. Tutti passano di lì. Alcuni puntano direttamente ai Caraibi, altri si dirigono prima a sud, a Cabo Verde, e da lí attraversano l’oceano. Io volevo partire il prima possibile per raggiungere Emma che da settembre stava già viaggiando in Centro America, ma la nostra reunion doveva aspettare: la stagione degli uragani termina solitamente a fine ottobre, e nessuno (sano di mente) attraversa l’Atlantico con il rischio di incontrarne uno.
In ogni caso mancava un piccolo dettaglio: trovare una barca.
E quindi dove cercarla, da dove partire? Dall’Italia? Spagna? Portogallo? Andare alle Canarie e cercare lí?
Attivo tutto: siti, forum, gruppi facebook, contatti. Ma la verità è che siamo in tanti a cercare. E chi ha zero esperienza - come me - è in fondo alla lista. Tanti messaggi a vuoto ma non mi arrendo: se ero riuscito nell’impresa di trovare un appartamento in affitto a Bruxelles, potevo farcela anche stavolta.
Una chiamata con un’amica di amici, Carolina, fu una fonte di molte informazioni preziose e la prima chiacchierata con qualcuno che aveva veramente fatto la traversata.
Era inizio Ottobre e avevo già skyscannerizzato i voli per andare a chillare alle Canarie e nel frattempo peregrinare tra le varie marine cercando una barca.
Ma un giorno arriva la svolta. Mentre sono a Milano al festival di una rivista indipendente arriva una notifica.
È Jose, un capitano. Parte da Barcellona il 15 ottobre, rotta: Lanzarote. Cerca equipaggio. Esperienza non necessaria. Cinquanta euro al giorno per le spese. Cinque o sei persone a bordo.
La barca si chiama Costa Nord. In spagnolo “barco” è maschile, quindi ormai lo chiamo “el Costa Nord”. Non riesco più a chiamarlo al femminile, anche in italiano.
É l’occasione perfetta. Posso provare se stare su una barca fa per me (non so neppure se soffro il mal di mare) e acquisire una minima esperienza da flexare per la futura ricerca della barca per la traversata oceanica.
E poi vuoi mettere attraversare lo stretto di Gibilterra in barca a vela? Che gaso.
Dopo una breve videochiamata per annusarci, io sono convinto e lui pure.
Quale miglior modo per iniziare il mio viaggio in Latinoamérica?
I’m aboard the Costa Nord, a 70-foot sailing boat. Two days ago, we crossed the Strait of Gibraltar, and now we’re sailing in the open Atlantic, over a hundred miles off the coast of Morocco. Heading for: Lanzarote, Canary Islands.
It’s dark, and I’m waiting for midnight to start my night watch. But the wait doesn’t annoy me. On the contrary, I wish this moment could last forever. I would challenge anyone not to feel the same.
Around us, only the sea, pitch black.

But the waves left by the hull activate the bioluminescent plankton, lighting up the water with a glowing blue-green fluorescent.
Lying on the deck, on one side, I enjoy the show of glowing waves. We’re sailing through waters rich in plankton, and every minute the colors grow more vivid. Like sailing on a sea of stars. It doesn’t feel real.
Sometimes it all feels like too much, and I look up, searching for a moment of break. But the sky isn’t holding back either: no clouds, and the Milky Way fills the sky, an ocean of endless stars. Only the light atop the mast—swinging lazily with the boat’s roll—reminds me for a second that this is real.
The Costa Nord moves forward, powered only by wind, making no sound.
A sea of plankton stars below, a galaxy-filled ocean above.
In between, me.
I can’t fully process this moment. I feel saturated, overwhelmed—I haven’t yet digested everything that’s happened in the past few days.

I dove into the open ocean, with the boat still moving, one hand holding a rope and the other a GoPro, just to see a pod of fifty dolphins swimming beneath me in the deep blue. I filleted my first freshly caught tuna. I’ve been speaking Spanish, constantly. I cooked meals while the boat swinged side to side. I felt my legs wobbling for the first time because of “land sickness” after disembarking in Valencia following an entire night of sailing upwind. I steered the boat, zigzagging between cargo ships as we entered the Strait of Gibraltar at dawn—one of the busiest maritime routes in the world. Dozens of miles from shore, I saw dolphins arriving at sunset to play in the bow waves while tiny sparrows rested on the rigging. I slept in my forward bunk while the hull slammed into the waves, making me feel like I was inside a washing machine. I saw the wind fill the mainsail for the first time and push the Costa Nord forward in silence, without a motor. I’m in a continuous state of learning: learn how to tie knots, learn Spanish, learn disembarking procedures, navigation, how to do the night watch, how to handle seasickness. Learn sailing terms in Spanish-English-Italian. Learn how to be brave and talk to captains in marinas to find a transatlantic ride. Learn to ask, to trust, to be helpful. Learn from the people beside you. There are five of us on this boat. All very different. But every day I learn something from them—about the world, and about myself.


But all these feelings—wonder, exhaustion, adrenaline—are already beginning to mix with sadness.
We’re expected to arrive in the Canaries in two days. And I already know it’ll feel like bursting a bubble. The spell will break the moment we reach land.
I feel in my body all the ten days of sailing from Barcelona to here, especially since we entered the open ocean. The constant night watch shifts don’t allow for proper rest. And yet, even though I’m exhausted, I can’t sleep for more than half an hour at a time, because I want to make the most of every precious minute. I feel like a child playing at a friend’s house, knowing that his mom is about to come pick him up.
Any moment can be the right one to spot dolphins or a whale far away, reading with Iñigo the guide to identify marine creatures, listening to Cape Verdean music with Anna, watching an episode of Next on night watch with Juliette, or hearing the reel spinning and running with Jose to the back of the boat to check what’s bitten the hook.

And yet, just ten days ago, I had never stepped foot on a sailboat and didn’t even know the difference between port and starboard.
How did I end up here?
—
Since I first started dreaming about my long journey through Latin America, I had always pictured it beginning in South America. Starting in Montevideo, tomando mate, heading down to Argentina until Tierra del Fuego, then back up through Chile along the Andes, and then who knows…
But about a year before leaving, I happened to read an article about a girl who had crossed the Atlantic on a sailboat, with no experience whatsoever. How was something like that even possible? It felt like climbing K2 without ever having set foot on a mountain. The idea kept spinning quietly in my mind for months. Reaching South America by sailboat sounded insane. I started searching, reading, asking questions. And I discovered that yes—there are crews out there willing to take aboard even complete beginners. You need motivation, patience, and a good dose of luck.
But a problem immediately came up: most boats crossing the Atlantic head for the Caribbean, not South America.
Sure, a quick Santo Domingo–Buenos Aires flight would solve everything. But I wanted to travel slowly, savouring the gradients of the different American cultures without big jumps.
So I reframed the problem as an opportunity: I had already been feeling increasingly drawn to the ocean through diving and freediving. The Caribbean and Central America seemed like the perfect destinations to stay close to the sea—and see if the ocean might have a place in my future life. So the decision was made: Patagonia would have to wait, because the Ocean was calling.
To cross the Atlantic from East to West (Europe to the Caribbean), the Canary Islands are the first mandatory step. Everyone passes through there. Some head directly to the Caribbean, others go south to Cape Verde first, and from there cross the ocean. I wanted to leave as soon as possible to reach Emma, who had already been traveling in Central America since September, but our reunion would have to wait: hurricane season usually ends in late October, and no one in their right mind crosses the Atlantic with the risk of running into one.
In any case, there was still one small detail: finding a boat.
So where to start looking? From Italy? Spain? Portugal? Fly to the Canaries and search there?
I tried everything: websites, forums, Facebook groups, contacts. But the truth is, lots of people are looking. And total beginners—like me—are at the bottom of the list. Many unanswered messages, but I didn’t give up: if I managed to find a rental apartment in Brussels, I could pull this off too.
A call with a friend of friends, Carolina, became a treasure of information and my first real chat with someone who had actually made the crossing.
It was early October, and I had already skyscanned flights to go chill in the Canaries while wandering between marinas looking for a boat. But one day, everything changed. I was at an indie magazine festival in Milan when I got a notification. It was Jose, a captain. Leaving from Barcelona on October 15, heading to Lanzarote. Looking for crew. No experience needed. Fifty euros a day for shared expenses. Five or six people on board. The boat is called Costa Nord.
It’s the perfect opportunity. I can test whether life on a boat is for me (I don’t even know if I get seasick), and gain just enough experience to flex later when looking for a boat for the actual Atlantic crossing.
And how cool would be to sail through the Strait of Gibraltar? I am already hyped.
After a quick video call to smell each other, I was convinced. And so was he.
What better way to start my journey to Latin America?
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